Scienza, profezie e Vaticano: Nicola Verde racconta Centododici a pensoquindiscrivo

Una serata densa di misteri, suggestioni e inquietudini. Martedì 3 febbraio, la Civica Biblioteca si è trasformata in uno spazio di riflessione, dove letteratura, scienza, storia e spiritualità si sono intrecciate grazie alla presentazione del romanzo Centododici. Il sangue e la profezia di Nicola Verde, in dialogo con Maria Giovanna Tiana.
Fin dalle prime battute, l’incontro ha chiarito la natura del libro: non un semplice thriller, ma un romanzo ambizioso che osa spingersi là dove le certezze vacillano. Verde parte da una domanda radicale – siamo davvero l’ultimo anello dell’evoluzione umana? – e costruisce una storia che scorre su più piani temporali e concettuali, coinvolgendo il lettore in un’indagine che è insieme narrativa e filosofica.
La trama, ambientata nella Roma del 2012, prende avvio dall’omicidio dello scienziato Ludovico Frangipane, sul punto di rivelare una scoperta sconvolgente sul DNA umano: l’esistenza, nella sua parte “oscura”, di geni capaci di resettare e rimodellare l’umanità stessa. Una scoperta che non minaccia solo l’ordine scientifico, ma anche le fondamenta teologiche della Chiesa. A indagare è il commissario Athos De Roberti, amico d’infanzia della vittima, affiancato – e ostacolato – da presenze ambigue che rimandano ai servizi segreti vaticani e a misteriose confraternite.
Guidata dalle domande puntuali di Maria Giovanna Tiana, la conversazione ha portato il pubblico dentro il laboratorio creativo dell’autore. Il titolo stesso, Centododici, rimanda alla profezia di San Malachia e al numero dei papi: un riferimento tutt’altro che ornamentale, che apre scenari apocalittici non come distruzione del mondo, ma come trasformazione dell’umanità “così come la conosciamo”. Un’apocalisse silenziosa, endogena, inscritta nel nostro stesso codice genetico.
Affascinante il racconto del lungo lavoro di gestazione del romanzo: un’idea nata oltre quarant’anni fa, cresciuta nel tempo e infine fusa con lo studio delle profezie medievali, delle visioni mistiche di San Bernardo di Chiaravalle, dei manoscritti degli Esseni e di una reliquia contesa tra due sette rivali. Ne emerge un mosaico narrativo che attraversa il Medioevo, il Rinascimento, il Novecento e l’età contemporanea, in un continuo rimbalzo tra realtà storica e immaginazione romanzesca.
Particolarmente suggestiva la riflessione sull’arte e sul simbolo, a partire da un dipinto cinquecentesco custodito a Perugia, che – se osservato da una certa distanza – rivela un volto demoniaco nascosto. Un’immagine potente, trasformata da Verde in metafora dell’umanità che finisce per “ingoiare se stessa”, ma anche chiave visiva di una narrazione che gioca costantemente tra ciò che appare e ciò che è occultato.
Eppure, nonostante le ombre, Centododici non è un romanzo senza spiragli. Come ha sottolineato l’autore, il suo intento non è offrire risposte definitive, ma generare domande. Domande sul nostro destino, sul senso del progresso, sul rapporto tra fede e conoscenza, sul cambiamento climatico e sulle guerre come possibili distrazioni da una trasformazione più profonda, che forse sta già avvenendo dentro di noi.
La serata si è chiusa lasciando il pubblico con quella sensazione rara che solo certi libri sanno regalare: l’urgenza di continuare a interrogarsi. Ed è proprio in questo spazio di inquietudine fertile che Centododici. Il sangue e la profezia trova la sua forza più autentica. Un romanzo che non consola, ma accende. E che, come l’incontro in Civica Biblioteca, invita a guardare oltre la superficie delle cose, là dove il mistero non è una fine, ma un inizio.

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